Luogo di lavoro

Sono in un grande appartamento posto al primo piano. Sembra essere un luogo di lavoro, una struttura da poco restaurata. Sono il proprietario/responsabile e mi aggiro per i vari locali controllando che i lavori siano stati eseguiti nel migliore dei modi.

Incontro Fabio, un mio amico architetto, il quale sembra molto affascinato da un contenitore in plastica arancione lasciato dagli operai  che hanno ristrutturato gli ambienti. E’ un contenitore che, già da un po’ di tempo (nel sogno), avevo deciso di dare ad un papà per l’educazione di suo figlio. Fabio mi chiede di regalargli l’oggetto. Ne ammira le caratteristiche evidenziandone i pregi e facendomi notare la qualità del design. Curve morbide, materiali recentemente scoperti, superfici liscie ed elementi porosi caratterizzano l’oggetto.

Io parlo con Fabio trattandolo come il papà al quale ho deciso di dare il contenitore. L’oggetto, dico, è perfetto per contenere la giusta quantità di latte per una crescita equilibrata del figlio. Il contenitore così potrà servire da limite per il papà che, con difficoltà, regola l’intensità delle emozioni riversate sul bambino e con facilità, anche nei momenti meno opportuni, tende ad eccedere nelle manifestazioni d’affetto.

Mi accorgo che Fabio non capisce; decido allora di spiegarlgi con chiarezza che, già da tempo, avevo deciso di regalare il contenitore ad un papà per aiutarlo nel difficile compito dell’educazione di un figlio.

Fabio allora mi chiede di fare un giro per vedere l’esito dei lavori. Decido di mostrargli per prima cosa una culla che, chiusa attraverso incastri e meccanismi sapientemente progettati, si apre davanti ai nostri occhi grazie ad alcuni miei abili e precisi movimenti, appresi di recente grazie alle spiegazioni dei tecnici del cantiere.

Dentro la culla ammiriamo, quasi fosse un presepe, un paesino innevato nel quale domina una tranquilla atmosfera natalizia. Ogni cosa sembra avere vita propria e la chiusura così sofisticata, difficile da aprire per una mano inesperta, sembra essere stata progettata per proteggere il mondo prezioso in miniatura che, nella culla, pulsa di vita e di energia propria.

Dopo aver richiuso l’oggetto Fabio, estasiato dalla bellezza dei lavori, ammira una piramide al centro di una stanza. Notiamo inoltre che una parete è stata abbattuta per permettere di accedere ad un piano inclinato che porta alla piramide. Saliamo quasi per gioco sul piano inclinato e ci affacciamo alla finestra a vetri sopra la piramide.

Una vasta distesa di verde si estende davanti all’edificio.

La visita ai locali è terminata e Fabio, abile architetto, mi fa i complimenti per l’intervento professionale ed estremamente creativo che ho fatto eseguire per migliorare il mio luogo di lavoro.

La fabbrica

Sono in una fabbrica, una sorta di industria siderurgica nella quale vengono lavorati a caldo metalli di vario genere. Sui binari che corrono in molte direzioni e a vari livelli, quasi come in un film della Pixar, scorrono vagoni a rotelle di varia misura.

Improvvisamente, davanti alla piattaforma sulla quale mi trovo, un carrello a forma di treno esce dalle rotaie. Il vagone rimane in bilico sul precipizio che divide la piattaforma sulla quale mi trovo dai binari sospesi nel vuoto.

Il treno è pieno di bambini impauriti. Grido loro di non avere paura e comincio a pensare a come salvarli. Chiedo ad un bambino di lasciarsi cadere dal vagone per raggiungere le mie braccia. Il bambino si fida e si lancia. Lo raccolgo al volo con la mano sinistra e, accompagnando con un movimento morbido la caduta, rendo possibile l’atterraggio del bambino sulla piattaforma. Riesco a salvare in questo modo tutti i bambini più piccoli; chiedo, invece, a quelli più grandi di spiccare un salto spiegando con quali modalità debbano atterrare per evitare un urto doloroso.

I bambini sono salvi e io mi dirigo dal direttore della fabbrica per raccontare l’accaduto.

Il giorno della mutanda & Co.

Stiamo tornado dalla spiaggia percorrendo il bagnasciuga e so che passero’ davanti alla ragazza che avevo notato prima. Cammino nell’acqua per fare prima (!?) anche perche’ i miei compagni sono gia’ lontani, ne intravedo uno che indossa una maglietta rossa. Cammino guardando la sabbia, fa presto buio, troppo in fretta, arrivo nel punto dove sta la ragazza e mi volto fugacemente per guardarla. E’ letteralmente incastonata nella sabbia, e’ visibile solo il viso, sorride serena.

La sorpasso e mi ritrovo in casa mia, e’ leggermente piu piccola ma la disposizione delle stanze e’ pressoche’ quella reale. Sono in salone con mio cugino e con la ragazza di cui sopra, lei e’ su un lettino da estetista. A me arriva un sms, prendo il cellulare e noto che arriva da un mittente chiamato “federale” e subito dico: “E ora che vogliono i federali da me, che vuole l’FBI?”.

Apro il messaggio e leggo che non devo accettare sms da un certo Marco221 (non ricordo bene il numero) perche’ sono pericolosi. “Ma io non ho mai ricevuto messaggi da sto Marco!” dico scocciato e affermo che di certo non risponderò a questo messaggio, non di certo all’FBI… quindi con aria marpiona dico: “Se proprio devo usare il telefonino lo usero’ per segnare il numero di telefono di Silvia” (la ragazza sul lettino). Mentre lo dico mi giro verso di lei e noto con dispiacere che mio cugino le sta dando un bacino sulle labbra. Penso però che nonostante ciò posso avere ancora qualche speranza e mi dirigo verso la cucina.

Mentre mi incammino mi giro verso di loro e con fare sciocco gli dico: “Che stupido, dovevo andare prima in camera da letto” dicendo però a me stesso che avrei dovuto dire “al bagno” poiché quando mi sono incamminaTo verso la cucina il punto da cui provenivo non era piu il lettino con la ragazza ma bensì il mio letto dal quale mi ero appena alzato e il primo posto dove si va quando ci si sveglia è il bagno.

Mi incammino quindi verso la camera da letto, saltellando come sono soliti fare i bambini e mi ritrovo in un letto singolo, sotto la finestra. Con me c’è un bambino piccolo, è il nipote di Simone R.. Si sveglia di colpo e mi dice: “Non l’abbiamo preso l’aereo?”. Io lo guardo un po’ perplesso e gli chiedo se voleva prendere l’aereo con le mutande o senza poi mi risponde mezzo assonnato: “E’ il giorno della mutanda”. E io: “E’ domani o Giovedi’ il giorno della mutanda?”. Mi risponde che e’ Giovedi e allora lo rassicuro perche’ a Giovedì mancano ancora due giorni.

Mi ritrovo in piedi di lato alla finestra intento ad alzare la serranda. Pero’ il meccanismo e’ un po’ arrugginito e faccio fatica, cosi’ tanta fatica che devo letteralmente appendermi alla cinghia per poi usare il mio peso per farla scorrere. Questo per due o tre volte.

In quest’ultima stanza si e’ svolto anche un altro sogno, prima di questo che ho raccontato, ma del quale ricordo molto poco. Ricordo solo che la stanza aveva 9 o 10 posti letto, la maggiorparte erano letti a castello, aveva due finestre e una dava su un piazzale molto ampio in terra battuta.

Ho fatto anche un altro sogno in cui mi ritrovavo per motivi di lavoro nella via che percorrevo per andare a scuola, alle superiori e mi stupoivo del fatto che mi ritrovassi li dopo anni. Nonostante ci fosse il marciapiede (peraltro ristruttrato) camminavo sulla strada. Notavo in lontananza la svolta a detra che portava al mio ufficio e ragionavo sul fatto che dalla finestra dell’ufficio, tramite una serie di riflessi su finestre di palazzi adiacenti, riuscivo a vedere il posto in cui mi trovavo in quel momento.

Il figlio di Alessia Marcuzzi

Sono in una palestra dove c’è anche una parete finta per le arrampicate e davanti alla parete c’è in piedi un bambino biondo e grasso. Il bambino ha le mani infilate in una nicchia quadrata scavata nella parete e deve avvitare le due metà di una sfera di plastica e non ci riesce. Io sono alle sue spalle e sto parlando con il suo istruttore e dico: “Certo che è proprio imbranato questo ragazzino!”, poi dico al ragazzino: “hei biondo! ma proprio non ci riesci?”. L’istruttore mi dice che il bambino è il figlio di Alessia Marcuzzi ed io, allora sono ancora più schifata perché mi sembra ancora più grasso e goffo e commento con l’istruttore: “certo che deve essere proprio un mollaccione viziato!”. (Si commenta da sé…)